Migranti, pilastro della Toscana ma con meno diritti

Al Meeting Antirazzista di Cecina presentata la ricerca Ires-Cgil: 214mila occupati stranieri, salari inferiori del 33% e maggiore esposizione a precarietà e povertà

Lavoratori migranti in Toscana, dati Ires-Cgil
La ricerca Ires-Cgil presentata al Meeting Antirazzista di Cecina evidenzia il ruolo cruciale dei migranti nell'economia toscana e le disuguaglianze salariali. foto puramente illustrativa

È il quadro che emerge dalla ricerca “Gli immigrati stranieri nella società e nella economia toscana”, realizzata da Ires Toscana per Cgil Toscana e presentata al Meeting Internazionale Antirazzista di Cecina.

In Toscana 214mila lavoratori stranieri

Nel 2024 gli occupati stranieri in Toscana hanno raggiunto quota 214mila, pari al 12,8% dell’occupazione complessiva, con una presenza significativa in agricoltura, costruzioni, moda, servizi e lavoro domestico.

Tra il 2008 e il 2023 l’occupazione nella fascia 20-64 anni è cresciuta complessivamente di 41mila unità: nello stesso periodo i lavoratori immigrati sono aumentati di 47mila, mentre quelli italiani sono diminuiti di circa 6mila.

Salari inferiori del 33%

La ricerca evidenzia però una forte disparità economica.

In Toscana un lavoratore straniero percepisce mediamente un reddito annuo lordo inferiore del 33% rispetto a un lavoratore italiano.

Il part-time involontario riguarda inoltre il 20% dei dipendenti stranieri, contro il 9% degli italiani, e sale al 32% tra le lavoratrici straniere.

Anche sul fronte delle condizioni familiari emerge un divario importante: il 55% delle famiglie straniere si colloca nel quinto più povero della distribuzione dei redditi, contro il 16% delle famiglie italiane.

«La Toscana avrà sempre più bisogno dell’immigrazione»

Secondo Ires, nei prossimi anni il peso della componente straniera sul mercato del lavoro è destinato ad aumentare ancora.

Nello scenario elaborato dallo studio, entro il 2038 circa 355mila posti di lavoro potrebbero dover essere coperti in misura largamente prevalente da forza lavoro proveniente dall’estero.

Per Cgil e Ires, il nodo non è quindi soltanto la presenza dei lavoratori migranti, ma la necessità di ridurre le differenze salariali, la precarietà e la concentrazione nei segmenti più deboli del mercato del lavoro.

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