LIVORNO avvocato fabrizio calamassi

Il progresso porta al regresso… se usato male

Indicazioni dell’Avv. Fabrizio Calamassi su un uso consapevole e responsabile dell’intelligenza artificiale

Alcuni giorni fa una sentenza del Tribunale di Torino ha condannato per lite temeraria una parte processuale il cui avvocato aveva predisposto un ricorso utilizzando in modo inappropriato i risultati ottenuti tramite l’uso dell’intelligenza artificiale.

Avvocato Calamassi, Lei che ha conseguito un Master proprio sui rapporti fra intelligenza artificiale e diritto, può approfondire la questione?

Certamente. Il Tribunale di Torino con una sentenza del 16 settembre scorso ha condannato per lite temeraria (che ai sensi dell’art. 96 cpc si ha quando una parte agisce o resiste in giudizio con mala fede o colpa grave) la parte che, tramite il proprio difensore, aveva predisposto un ricorso tramite l’intelligenza artificiale fondando le proprie ragioni su precedenti giurisprudenziali in parte inventati ed in parte del tutto inconferenti (ovvero che non avevano nulla a che vedere con la materia trattata). Questo ha comportato la sconfitta nel giudizio, il pagamento delle spese di lite, e la condanna aggiuntiva ad €. 500,00 a titolo di risarcimento danni proprio per lite temeraria.

Qual è il messaggio, in pratica, che emerge da questa decisione?

La sentenza del Tribunale di Torino applica i principi racchiusi nel Regolamento europeo sull’IA e nel recentissimo DDL approvato in Parlamento che entrerà in vigore il 10 ottobre prossimo, i quali raccomandano un approccio “antropocentrico” all’impiego dell’IA.  Ciò significa che l’essere umano, in qualsiasi ambito, deve valutare in modo critico i risultati e le risposte offerte dai vari modelli di IA, verificare che gli stessi siano giusti e rispondenti alla realtà. E, in definitiva, ogni volta che viene adottata una decisione basata sull’intelligenza artificiale, l’essere umano ne è sempre il responsabile. In sostanza la tecnologia non può mai sostituire la persona umana nelle sue valutazioni e decisioni ma solamente affiancarla e supportarla. 

L’IA è sempre più utilizzata, in ogni ambito. Ci può fare qualche esempio per capire l’importanza di un uso cosciente e controllato di tale tecnologia?

L’IA è ormai entrata nella vita di tutti noi ed è sempre più presente anche nelle aziende e nei vari settori professionali.

Viene usata, ad esempio, in ambito medico/scientifico (per la ricerca, la diagnosi e per la conseguente assunzione di decisioni sanitarie), in ambito aziendale (ad esempio per valutare e selezionare i candidati ad un posto di lavoro, oppure per prendere decisioni su strategie aziendali dopo aver valutati alcuni dati ed informazioni), in ambito finanziario (ad esempio per decidere se una persona può ricevere un mutuo, oppure per proporre certi tipi di investimento, etc.). 

Come si capisce da tali esempi pratici l’impiego dell’IA può impattare in modo più o meno significativo sulla vita di ognuno di noi. Se i modelli di IA non sono addestrati correttamente e se, soprattutto, le persone che devono decidere sulla base delle risposte fornite dall’IA non provvedono a verificarle e ad interpretarle correttamente, si possono creare gravi diseguaglianze sociali e addirittura danni alla persona (ad esempio mancata assunzione per un posto di lavoro, mancata erogazione di un mutuo, diagnosi e/o terapia errata e, come nel caso del Tribunale di Tornino, soccombenza in un giudizio con annessa condanna al risarcimento dei danni).

Quali sono, quindi, i rimedi da adottare per evitare questi rischi?

Innanzitutto la normativa europea e quella recentemente approvata dall’Italia prevedono che i dati, le informazioni e i documenti immessi nei vari modelli di IA siano corretti, obiettivi, non influenzati da pregiudizi di vario tipo (ad es. etnici, di appartenenza di genere, politici, religiosi, etc.). In tal modo l’output, ovvero la risposta fornita ha già più probabilità di essere obiettiva e veritiera. Occorre poi che i modelli di IA siano realizzati in modo tale da dare una dimostrazione del modo in cui ragionano affinché la conclusione raggiunta sia “spiegabile” in caso di eventuale contestazione.

Infine, l’approccio antropocentrico impone una grande preparazione e consapevolezza da parte della persona chiamata a decidere sulla base delle risposte offerte dall’IA. 

Le persone, infatti, dovranno essere in grado di analizzare e valutare tali risposte e, insieme agli altri dati in loro possesso in virtù del loro bagaglio culturale e professionale, assumere le opportune decisioni. In pratica la tecnologia è un mero supporto e la decisione spessa sempre all’essere umano (con conseguenti responsabilità in caso di errore).

Ciò vale sia per gli usi professionali sia per gli usi che tutti noi facciamo quotidianamente dell’IA (a cominciare dalle piccole domande e ricerche su curiosità varie).

In conclusione la sentenza in commento rappresenta la sconfitta delle soluzioni facili invocate dai “tuttologi del web” e ci offre lo spunto per affermare che  “l’intelligenza naturale” è insostituibile e che le persone sono sempre responsabili delle proprie decisioni e che la tecnologia, in questo caso offerta dall’IA, non potrà mai essere alternativa all’essere umano.

 Il vero sapere è quello che si costruisce con fatica, dedizione e con uno studio approfondito e costante nel tempo.

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