Sui social l’Associazione Confronto interviene sull’abbattimento delle ultime due baracchine iniziato ieri
La recente demolizione delle Baracchine del Viale Italia, nel tratto antistante l’Acquario di Livorno, segna un momento significativo e controverso per la città. C’è chi appoggia questa operazione e chi la critica. L’Associazione Confronto è una di quelle che ha criticato sui social l’abbattimento, ecco quanto è stato scritto:
La demolizione delle Baracchine del Viale Italia nel tratto antistante l’Acquario, annunciata a mezzo stampa da Palazzo Civico domenica e avviata materialmente stamani, è una delle peggiori sconfitte per la città di Livorno degli ultimi venti anni, con responsabilità da ripartire tra le amministrazioni che si sono succedute dal 2005 a oggi, e crescenti man mano che si risale indietro nel tempo, quando gli interventi manutentivi avrebbero potuto e dovuto salvaguardare un investimento economico (e culturale, come vedremo più avanti) tutt’altro che insignificante.
Se il capitale impiegato dall’Amministrazione Lamberti fu infatti legittimato dalla meritoria intenzione di dare prestigio a un tratto breve ma significativo del lungomare livornese, mentre all’Amministrazione Nogarin si deve almeno comunque riconoscere d’aver idealmente completato la riqualificazione dell’intera area con la pedonalizzazione del controviale che conduce dalla Bellana all’Acquario, non può non sorger lecita la domanda sul come e perché si sia potuti arrivare, a distanza di neanche vent’anni, alla necessità di spazzar via a colpi di ruspa un progetto oneroso ma anche significativo sotto il profilo urbanistico e architettonico, con una valenza che non esito a estendere all’ambito storico-artistico e culturale: perché in città, un architetto del calibro di Cristiano Toraldo di Francia, non si vedeva intervenire da decenni (e non si è piu visto in seguito); ultimo in ordine di tempo, prima di lui, Giovanni Michelucci con la tribolata e lunga progettazione, dal 1975 sino alla morte, nel 1990, della Chiesa di Santa Rosa, nel quartiere La Rosa.
Ma se di Michelucci possiamo vantare anche il Grattacielo di Piazza Matteotti e il Palazzo Centrale, sorto sulle macerie dell’omonimo cinema, di Toraldo di Francia le opere restano numericamente contenute persino sul territorio nazionale: l’Istituto Bancario San Paolo a Prato e, nella stessa città, la Stazione del Serraglio; la Stazione di Firenze Statuto, la Banca Cooperativa del Chianti a San Casciano e la Banca Toscana a Pistoia e, infine, nuovamente a Firenze, il già demolito (da Matteo Renzi) Terminal degli autobus di Santa Maria Novella.
E seppure Toraldo di Francia, scomparso nel 2019 all’età di 78 anni, non figuri tra le mie firme preferite, non se ne può non riconoscere il valore del pensiero e dell’opera, nonché, ovviamente, il prestigio che un suo intervento, tanto singolare quanto significativo – e a mio avviso riuscito –, conferiva al nostro lungomare e alla città di Livorno in generale. Senza doverne ricordare l’importanza della figura nel panorama dell’architettura e del design italiani già a partire dagli anni Sessanta, la nostra città si trova oggi a demolire, peraltro “con soddisfazione” da parte di Palazzo Civico, come si legge anche stamani su “Il Tirreno”, un suo lavoro. Responsabilità? le colpe di questa Giunta sono vicine allo zero, perché quindici anni di mancate manutenzioni avevano ad essa consegnato, già nel 2019, dei relitti compromessi in maniera probabilmente irrimediabile, la demolizione dei quali credo non possa e non debba tuttavia assolutamente esser festeggiata, anche per l’incognita che si apre in merito ad una loro eventuale sostituzione. Se il capitolo manutenzione è nota dolente di molte Amministrazioni di ogni luogo e colore, quello della tutela e conservazione del patrimonio architettonico e urbanistico vede Livorno, già dal secondo dopoguerra, vittima di una atavica incapacità dei propri amministratori di preservare, per interessi o ignoranza, quanto di buono e di bello ci è stato tramandato e dunque affidato da chi ci ha preceduti: dalla ricostruzione feroce del centro cittadino alle più tarde demolizioni di edifici di importanza storica (le case natali di Fattori e Mascagni, per esempio) o artistica (le ville Attias e Regina, o il Cinema Odeon e il Teatro La Gran Guardia, in tempi addirittura recenti) fino alle scellerate operazioni immobiliari capaci di inserire nel tessuto urbano autentiche mostruosità come il Palazzo delle Imposte Dirette, di fronte al Cisternone, o le cosiddette torri di Pulcinella, dirimpetto alla Terrazza Mascagni, deturpanti l’intero tratto del viale Italia nei pressi dell’Hotel Palazzo.
Le Baracchine di Toraldo di Francia erano invece, contrariamente al giudizio profano dei più, un prestigiosissimo e qualitativamente alto intervento in rapporto al contesto naturalistico e architettonico circostante – legno e vetro dominanti, leggerezza dei volumi e naturalezza dei materiali – e nella qualità intrinseca del disegno e delle linee; strutture certamente non eterne, che andavano manutenute come qualsiasi altra opera, pubblica o privata – specialmente quando in prossimità del mare –, e certo non abbandonate alla mercé degli eventi atmosferici e degli anni. Suona davvero strano, come ho detto, festeggiare la loro demolizione, per il danno economico e culturale, ma non meno perché lo si fa con l’incognita del futuro: il rischio di spazi vuoti, cementificati, con tre panchine metafisiche abbandonate a sé stesse o, peggio ancora, l’incombere all’orizzonte di qualche mostriciattolo di cemento armato, come la nuova baracchina “da Nicla”, davanti al Castello di Antignano; perché è mio fondato timore che non avremo un altro Gianfranco Lamberti, un altro Dario Matteoni e un altro Cristiano Toraldo di Francia a regalare alla nostra città un progetto degno dei libri di storia.
FONTE: PAGINA SOCIAL ASSOCIAZIONE CONFRONTO