CRONACA aspetti economici e legali

Che cos’è il Recovery Fund? Fra aspetti economici e legali si decide il futuro dell’Europa

Il nostro esperto, l’avvocato Fabrizio Calamassi, chiarisce gli aspetti economici e legali del Recovery Fund

Il nostro esperto, l’avvocato Fabrizio Calamassi, chiarisce gli aspetti economici e legali del Recovery Fund.

In questi ultimi mesi, uno degli argomenti su cui si è concentrata l’attenzione dei mass-media e che ha investito il dibattito politico italiano ed europeo, oltre all’interesse degli economisti, è quello relativo al Recovery Fund.

Tema di carattere finanziario, e spesso di complicata comprensione, letteralmente l’espressione “Recovery Fund” significa fondi di recupero o fondi di ripresa.

Si tratta, in sostanza, di uno strumento pensato dalle Istituzioni europee, in particolare dalla Commissione, allo scopo di reperire
ingenti risorse economiche da distribuire successivamente ai vari Stati membri, in misura legata all’impatto subìto a seguito della pandemia, per far fronte alla crisi scatenata nel 2020 dal Coronavirus e, conseguentemente, reimpostare una ripresa europea nel lungo periodo.

Secondo gli esperti, il Recovery Fund rappresenta un importante passo avanti verso l’integrazione europea, perché per la prima volta nella Storia i 27 condivideranno fra loro i rispettivi debiti pubblici (“mutualizzazione dei debiti”, come dicono i tecnici) venendo, quindi, effettivamente in soccorso reciproco e ciò nel pieno spirito solidaristico che dovrebbe ispirare l’Unione.

Tuttavia, il percorso da intraprendere non è semplice ed interessa dapprima la stessa Unione europea, essendo la disciplina del Recovery Fund strettamente legata a quella del nuovo Bilancio pluriennale UE (2021-2027); successivamente saranno i singoli Stati membri a doversi fare parte attiva per richiedere e ricevere i fondi loro spettanti, elaborando dei Piani per la ripresa (i cosiddetti Recovery- Plan).

Ma procediamo con ordine; come abbiamo accennato, infatti, il via all’intera manovra dovrà essere dato dall’UE.

Sarà proprio l’Europa a doversi “mettere sul mercato”, come si dice in gergo, per reperire le risorse da distribuire, in seguito, ai vari Paesi richiedenti.

Lo farà, sostanzialmente, emettendo debito pubblico per circa 750 miliardi di euro, attraverso obbligazioni (cosiddetti Recovery Bond) che verranno sottoscritte dai vari investitori internazionali.

Tuttavia, come avviene ogni volta che un ente emette obbligazioni (si pensi alle Banche, ad altre società di capitali o ai classici Btp), anche in questo caso gli investitori vorranno rendersi conto della base economica e della solidità finanziaria del soggetto emittente.

L’Europa ha quindi individuato la base cui ancorare l’emissione dei Recovery Bond, nel Bilancio pluriennale dell’Unione (2021-2026) che avrà, quindi, la funzione di esprimere agli occhi del mondo finanziario internazionale, la reale condizione economica e la conseguente solidità finanziaria del Vecchio Continente.

Tuttavia, in base ai Trattati istitutivi dell’Unione Europea, tale bilancio dovrà essere approvato all’unanimità degli Stati membri.

E qui sta la prima difficoltà.

Infatti, nel corso delle trattative, l’Europa ha vincolato la successiva ripartizione dei fondi che verranno raccolti in favore dei vari Paesi, alla condizione che questi rispettino lo “Stato di diritto”, cioè che abbiano un ordinamento interno in grado di rispettare i princìpi base di democrazia, libertà e giustizia su cui si erge l’Unione europea e più in generale tutto il mondo occidentale.

In quest’ottica, come noto, due Paesi, Ungheria e Polonia, hanno posto il veto sul Bilancio rifiutandosi praticamente di approvarlo in cambio delle riforme interne richieste dall’Europa per rendere i due ordinamenti nazionali più vicini agli standards democratici richiesti, mettendo così sostanzialmente in stand-by l’intera operazione di approvazione del Bilancio e di successiva emissione dei Recovery Bond.

Quindi la strada da intraprendere si presenta già in salita e le varie diplomazie europee saranno chiamate nelle prossime settimane a raggiungere un punto di compromesso.

Una volta sciolto il nodo dell’approvazione del Bilancio, l’UE potrà quindi emettere i tanto attesi Recovery Bond e reperire così le
risorse finanziarie da destinare ai Paesi membri.

Ed ecco che si passa alla seconda fase in cui i protagonisti saranno proprio i singoli Stati.

Per beneficiare delle quote loro spettanti, questi ultimi dovranno presentare alla Commissione europea i Recovery Plan, o Piani per la ripresa.

Si tratta, in particolare, di progetti relativi alle modalità di investimento dei fondi europei ricevuti.

Alcuni Paesi li hanno già presentati.

L’Italia, che beneficerà di 209 miliardi di euro di cui 82 a fondo perduto e 127 in prestiti, è ancora in fase di elaborazione.

Tuttavia il comune denominatore è dato dal fatto che l’Europa destinerà tali risorse solamente a quei Paesi che avranno elaborato piani di sviluppo in grado di incidere su settori strategici quali l’occupazione, l’ammodernamento digitale, l’ambiente, la rete dei trasporti, telecomunicazioni, efficientamento della giustizia, sanità e burocrazia per creare le basi di una ripresa economica e sociale solida e di lungo periodo, in grado di colmare il divario di alcune regioni d’ Europa e proiettare così il Vecchio Continente nel futuro, mettendolo in grado di competere con le grandi potenze regionali che fanno capo a USA, Cina, Russia, nelle sfide della nuova era post Covid-19.

L’importanza strategica e fondamentale del tema è tutta racchiusa nella nuova denominazione attribuita ai Recovery Fund da parte della Commissione europea: gli stessi, correttamente, prendono il nome di risorse per la “Next generation EU”, cioè risorse per la nuova generazione europea in quanto gli effetti di tali investimenti avranno lo scopo di disegnare uno scenario di vita migliore per le prossime generazioni.

L’Europa unita e i singoli Stati che la compongono sapranno cogliere questa sfida strategica e fondamentale? A tale interrogativo, mi sento di rispondere in modo manzoniano: “Ai posteri l’ardua sentenza”.

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