La vicenda dei bacini è diventata centrale, il ripercorso storico

La vicenda dei bacini è diventata centrale nel dibattito e nello scontro politico cittadino. Il ripercorso storico per le ipotesi di futuro.

Bacino carenaggio (foto tratta dal sito istituzionale di Jobson Italia)

La vicenda dei bacini è diventata centrale nel dibattito e nello scontro politico cittadino. Il ripercorso storico per le ipotesi di futuro.

A Marsiglia il decimo bacino ed il mercato non aspetta Livorno.

Ripercorso storico del bacino di carenaggio

La vicenda del bacino di carenaggio di Livorno meriterebbe  sicuramente un libro di pregiata edizione. Perchè attraverso i molti sentieri che compongono questa storia si misurano le trasformazioni del potere e dell’economia di Livorno. Attraverso il ripercorso storico dei bacino di carenaggio, qualche capitolo di questa storia torna davvero utile per capire il presente.

Il bacino di carenaggio alla ribalta con lo smantellamento della Concordia

La storia recente. Ricordiamo quando la struttura tornò all’attenzione delle cronache locali, e nazionali, con il lancio della candidatura di Livorno per ospitare lo smantellamento della Concordia. Sappiamo come andò a finire, la Concordia è in fase di smantellamento a Genova. E ricordiamo anche come allora il Corriere della Sera (30 aprile) stimò in 20 milioni la cifra necessaria per mettere il bacino in condizione di essere operativo. Già perchè era, ed è, dall’inizio degli anni 2000 che i desideri di rinascita del grande bacino di carenaggio in muratura, si scontravano con una realtà che vede progressivamente degradare  la struttura.

Nell’agevolazione Azimut molte imprese lasciarono un 50% dei loro crediti

Questo nonostante i noti accordi di palazzo Chigi, riguardanti l’area dell’ex cantiere, prevedessero la necessità di salvaguardare l’attività delle riparazioni navali (la cosiddetta terza gamba di attività nell’area), sia come fonte importante di occupazione che di appetibilità complessiva per il porto. Sembra doveroso ricordare inoltre che, dopo la crisi del Vecchio cantiere (CNFO), per agevolare la soluzione Azimut, che prospettava, all’epoca, 2000 posti di lavoro, furono molte le imprese di riparazione che lasciarono sul tavolo della trattativa un 50% dei loro crediti verso il cantiere.

Sinergie rimaste sul piano virtuale tra Azimut e riparatori

Un patto , quindi, quello raggiunto a palazzo Chigi, riguardante appunto tuttta l’area, per un futuro di coesistenza e di cooperazione con la nuova proprietà (Azimut) in un quadro di reciproca convenienza. Comunque la si veda questa coesistenza e convenienza, tra Azimut e i riparatori non c’è mai stata. Le sinergie sono rimaste sul piano virtuale mentre la struttura degradava. “Su quell’area abbiamo fatto investimenti importanti…“– puntualizzò, infatti, nel 2011, l’amministratore di Azimut Benetti, Vincenzo Poerio –“si può anche pensare di creare 400 posti di lavoro con le riparazioni, ma si perderanno i nostri 2000”(la prospettiva dell’area secondo Azimut). Altro che sinergie, queste parole erano la confeema che a circa dieci anni dagli accordi di palazzo Chigi c’era ancora forte contraddizione tra Azimut e le riparazioni.

Le contraddizioni che hanno determinato il degrado del bacino di carenaggio

Insomma, mentre in porti come Genova le riparazioni navali sono riconosciute come un valore aggiunto ed un elemento di attrattività per gli scali marittimi, a Livorno si è degradato, con il tempo, un complesso di bacini di rilievo, ma, soprattutto, un bacino in muratura di mt 350 per 58. Ritenuto uno dei migliori nell’intero Mediterraneo, perchè stimato, prima del 2001, per la sua capacità di accogliere navi fino a 300 mila tonnellate di portata lorda.

Quanto e come valutato lo stato di degradazione

Quando e quanto si sono degradati i bacini. Nell’estate del 2008 l’ingegner Carlo Culla,  nominato dall’Autorità giudiziaria per valutare lo stato di deterioramento dei bacini, rilevò lo stato di criticità delle infrastrutture e la carenza, nel periodo precedente alla perizia, di interventi manutentivi ordinari e straordinari atti alla conservazione del bene. Successivamente, nell’Agosto del 2010 , la perizia condotta per conto dell’Autorità portuale riferì che «… la mancanza nel tempo di adeguati interventi manutentivi, (del bacino ndr) ne hanno accelerato l’invecchiamento». Lo stesso documento disponeva che «… tutte le strutture dedicate alle riparazioni navali, ivi compresi i bacini di carenaggio, fossero disponibili all’utilizzo anche da parte delle imprese di riparazione e costruzione navale non in concessione».

La perizia restituisce un riconoscimento importante agli operatori dei bacini

Un riconoscimento importante per gli operatori dei bacini solo che, e il problema è di quelli che sono sostanza anche oggi,  stime condotte sulla base di questa perizia per restituire al bacino grande una reale funzionalità, sostenevano la necessità di dover far uscir fuori 25 milioni. Ben più dei 20 ipotizzati dal Corriere nello stesso periodo. La vicenda finì, come sappiamo, come oggetto di campagna elettorale nel 2014.

La messa a bando nel 2015 da parte dell’Autorità Portuale

Poi la messa a bando della gestione dei bacini di carenaggio da parte della Autorità Portuale (2015), infine un nuovo stop dovuto a causa del sequestro dell’area, dopo un incidente mortale sul lavoro, dopo pochi mesi la messa a bando. Queste alcune delle tappe significative di questa vicenda infinita. Vista tutta la storia pregressa ci pare doveroso fare qualche puntualizzazione  per  rispetto verso chi nutre speranze ed aspettati di lavoro. Dando qualche informazione che sia d’aiuto per comprendere la situazione ed il contesto.

Collaborazione: Vito Capogna

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