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Reddito di Cittadinanza e le “non” politiche per il lavoro

Le “non” politiche attive per il lavoro, i limiti del Reddito di Cittadinanza

Grafica dal web

Le condizioni previste per l’individuazione delle offerte di lavoro

Non solo sono i ritardi dell’avviamento dell’apparato di supporto all’inserimento lavorativo dei beneficiari del Reddito di Cittadinanza aventi i requisiti fisici, di età e di condizione familiare per essere occupabili. Ma, nella realtà, sono le stesse condizioni previste per l’individuazione delle offerte di lavoro congrue – un rapporto tempo indeterminato e un salario non inferiore ai 858 euro mensili – a rendere ingestibile una politica attiva del lavoro rivolta a soggetti “disagiati” e comunque in gran parte occupabili per mansioni che richiedono profili con bassa qualificazione. In pratica, escludendo circa tre quarti dei rapporti di lavoro che vengono effettivamente attivati ogni anno e, generalmente, soddisfatti da milioni di lavoratori che non percepiscono il Reddito di Cittadinanza. 

L’osservatorio sulle politiche attive destinate ai beneficiari del Reddito di Cittadinanza attivato dall’Anpal (chiamata a coordinare l’intervento e a gestire circa 2800 navigator, il personale assunto a termine per offrire un supporto operativo ai centri per l’impiego) fornisce un aggiornamento sugli esiti delle iniziative attivate nel territorio verso i 791mila beneficiari in età di lavoro occupabili individuati con le modalità previste dalla normativa e dall’intesa sottoscritta tra Stato e Regioni relativa al potenziamento dei servizi per l’impiego dedicati a promuovere l’inserimento lavorativo degli interessati.

Sulla base del monitoraggio effettuato, gli operatori dei centri per l’impiego hanno già provveduto ad attivare il contatto con 423mila persone, tra le quali 331mila hanno già svolto almeno un colloquio e 220mila sottoscritto il patto di servizio che regola il complesso dei diritti e dei doveri delle persone; 44mila sono state esonerate dalla ricerca del lavoro in ragione dei carichi familiari, 8mila indirizzate ai servizi di inclusione sociale e 15mila sanzionate per il mancato rispetto degli obblighi previsti dalle normative.

I colloqui già effettuati presso i centri per l’impiego, a detta dell’Anpal, hanno confermato la difficile condizione di occupabilità di buona parte degli interessati. I ritardi nell’avvio dei servizi di politica attiva rispetto ai tempi di erogazione dei sussidi non consentono allo stato attuale di verificare la qualità degli specifici interventi. La stessa piattaforma tecnologica finalizzata a facilitare l’incontro domanda offerta e a monitorare gli esiti delle azioni di politica attiva del lavoro non è ancora operativa. 

L’Anpal comunica che 28.763 beneficiari hanno nel frattempo trovato una occupazione. Tra questi: il 67,2% con contratti a termine, il 18% con contratti a tempo indeterminato e i rimanenti con altre tipologie tipo tirocini e apprendistato. Il dato viene sottolineato come un riscontro della validità delle politiche attive. Un’affermazione da cogliere con beneficio di inventario, dati i ritardi nell’attivazione delle attività dei servizi già citati e per la ragionevole constatazione che questi numeri di inserimento o reinserimento lavorativo si verificano spontaneamente nel bacino delle persone in cerca di lavoro.

Mentre, all’opposto, sarebbe interessante verificare quanti percettori dei sussidi abbiano rinunciato alla ricerca di un’opportunità lavorativa per poter beneficiare del reddito di cittadinanza. Ovvero per poterlo mantenere arrotondando l’importo percepito con prestazioni in nero. Un fenomeno ampiamente documentato dalle ricerche storicamente effettuate per verificare la concomitanza dell’utilizzo dei sostegni al reddito con le prestazioni nel lavoro sommerso. E recentemente denunciato da imprenditori che faticano a trovare un’offerta di lavoro disponibile per prestazioni a termine, part-time e stagionali.

L’impostazione scelta dal legislatore, e sulla quale sono state dirottate tutte le risorse disponibili della politica attiva nazionale, finisce per assumere la veste di scoraggiare la ricerca del lavoro, di consolidare una sorta di bacino permanente di disoccupazione assistita e potenzialmente disponibile per effettuare prestazioni in nero per la finalità di accrescere il reddito familiare.    

Del resto, anche nell’ambito del governo cominciano a circolare ipotesi di correzione dell’impianto del Reddito di Cittadinanza, correzioni rivolte in particolare a stimolare l’accettazione di qualsiasi offerta di lavoro contrattualmente regolare, consentendo un’integrazione del salario qualora inferiore al RdC percepito, ovvero consentendo il ripristino del sussidio alla conclusione di un rapporto di lavoro di breve periodo.

Riflessioni finali 

Allo stato attuale, i dati resi disponibili dall’Osservatorio dell’INPS e da quello dell’Anpal non consentono di effettuare valutazioni approfondite sull’efficacia del provvedimento del Reddito di Cittadinanza e dell’effettivo grado di riduzione della povertà assoluta. Ma gli indicatori che emergono dalla analisi non autorizzano di certo le stime ottimistiche rilasciate dal Presidente del Consiglio e dal Presidente INPS

I numeri riscontrati nel primo anno di gestazione del provvedimento confermano semmai la validità delle riserve espresse da numerosi esperti della materia già nella fase di approvazione del testo legislativo. Il provvedimento per il contrasto della povertà assoluta adottato in Italia si discosta radicalmente dalle pratiche europee su due versanti: la pretesa di assegnare al Reddito di Cittadinanza il compito di supplire alle carenze del sistema del welfare, in particolare per gli interventi per il sostegno alle famiglie e delle politiche attive del lavoro e quindi di caratterizzarlo essenzialmente sull’espansione dei sussidi finanziari erogati.

L’intervento si dimostra inadeguato soprattutto per contrastare i livelli di povertà delle famiglie numerose e che hanno in carico le persone non autosufficienti. L’aumento degli importi dei sussidi, oltre che essere controproducente per alcune forme di disagio sociale – si pensi ad esempio alla tossicodipendenza, all’alcolismo e alla ludodipendenza – finisce per sollecitare i comportamenti opportunistici verso l’accesso ai benefici e la possibilità di mantenerli per un tempo prolungato.  

Nel caso italiano tali distorsioni vengono accentuate dalla rilevanza della quota di lavoro sommerso, che falsa i requisiti di accesso dei potenziali richiedenti dalla carenza di coordinamento sugli interventi pubblici dedicati al sostegno delle famiglie meno abbienti, favorisce la dispersione delle risorse finanziarie disponibili e indebolisce l’efficacia dei controlli preventivi, e dall’inadeguatezza degli approcci utilizzati per le politiche attive del lavoro.

La scelta ideologica di delimitare l’accesso ai benefici del Reddito di Cittadinanza e alle politiche attive del lavoro agli immigrati regolarmente residenti e, in particolare, a quelli lungo-soggiornanti come previsto dalle direttive europee, finisce per distorcere ulteriormente l’efficacia del provvedimento. Davvero singolare che in Italia vi sia una ripresa della richiesta di programmare nuove quote di ingresso di immigrati per motivi di lavoro, per lavori “che non vogliono fare gli italiani” ma che, in base dei requisiti dell’offerta congrua di lavoro prevista dalla normativa, non dovrebbero fare nemmeno i beneficiari del Reddito di Cittadinanza. 

Sono distorsioni che rendono l’attuale impianto del reddito di cittadinanza sostanzialmente irriformabile se non attraverso un radicale ripensamento degli attuali pilastri costitutivi. Un’evoluzione possibile nel quadro di un potenziamento dei sostegni alle famiglie e alla natalità, ripristinando la finalità delle politiche attive verso la programmazione del complesso degli interventi rivolti a favorire l’incontro della domanda e offerta di lavoro e ridimensionando l’entità dei sussidi a favore dell’incremento della qualità dei servizi volti a contrastare l’abbandono scolastico, il disagio familiare e le varie forme di dipendenza che caratterizzano il disagio sociale. 

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