Il dramma del Lavoro: interviste ex dipendenti Self-Service Centro Commerciale “Fonti del Corallo”
“Chi perde il lavoro perde se stesso? “Ci sono date che restano impresse come marchio a fuoco nella vita di ciascuno di noi. Per queste lavoratrici l’anno 2018 , il 3 luglio, rappresenta l’inizio di uno psicodramma, dovuto alla cessazione della loro attività lavorativa. Quanto sia devastante, quanto sia complicato per talune fasce di età ricollocarsi o reinventarsi e quali prospettive si aprono quando “Finisce un Lavoro”? Ne abbiamo parlato con alcune ex dipendenti del Self-Service del Centro Commerciale “Fonti del Corallo”, che in quella data chiuse l’attività. Al cuore del dramma del “Chi perde il lavoro perde se stesso”, proviamo a delineare una loro considerazione.
Alcuni dati Nel 2019 il tasso di disoccupazione in Italia ha sfiorato i 9,7 punti percentuale e nel primo trimestre dell’anno l’INPS ha visto crescere del 45 per cento le domande di indennità di disoccupazione. A trovarsi a casa da un giorno all’altro, avere perso il lavoro, sono soprattutto i giovanissimi, sotto i 25 anni e la fascia di età tra i 40 e i 55 anni, i più penalizzati nel momento in cui desiderano reinserirsi nel mondo del lavoro. Il primo pensiero , da disoccupati, va alla mancanza di una fonte sicura di reddito ma anche sugli effetti sociali e psicologici della disoccupazione, l’aspetto identitario del lavoro. Gli aspetti psicologici e sociali sono fattori che determinano a volte in modo assolutamente conseguenziale la possibilità di rientrare nel ciclo produttivo.
Il primo pensiero, parlando di disoccupazione, va alla mancanza di una fonte sicura di reddito ma non è questa l’unica conseguenza: la perdita del proprio ruolo di elemento attivo della società ha ricadute importanti e a volte superiori a quelle della mancanza di denaro, come dimostrano le più recenti ricerche in materia.

La rappresentazione di sé
Dal punto di vista della psicologia sociale, l’individuo tende a costruire una rappresentazione di sé basata sui ruoli che sente propri e, in base a questi, sviluppa la sicurezza che gli consente la corretta integrazione sociale. La perdita del lavoro inciderà quindi su ambedue gli aspetti: il ruolo sociale e l’autostima.
Non è difficile trovare commenti di chi si ritrova, da un giorno all’altro, senza nulla da fare. Ci sono operai, per esempio, che per un po’ tornano tutte le mattine al bar davanti alla fabbrica, salvo smettere quando il rituale diventa troppo carico di rimpianti.
Il sindacato e i comuni, a volte, mettono in piedi servizi di supporto psicologico per affrontare la precarietà, ma anche il vuoto e la perdita di ruolo, “Affrontare i risvolti psicologici della crisi”. Il sintomo comune a tutti coloro che perdono il lavoro, da quanto ascoltiamo è la concomitante perdita dell’autostima. E questa perdita paralizza anche le capacità dell’individuo di cercare una via d’uscita, specie in frangenti economicamente difficili come quelli che stiamo vivendo. Ciò non dipende necessariamente dalle mansioni che ricoprivano in precedenza, perché accade al professionista, al dirigente che deve chiudere l’azienda come all’operaio o al commerciante. Peraltro va da sè che la componente identitaria è maggiore in chi non riesce a immaginarsi in un altro ruolo se non in quello che ha perso. E questa sorta di “immobilismo” del ruolo lavorativo, l’incapacità di immaginarsi impegnati in qualcosa di totalmente diverso e nuovo è uno degli ostacoli che gli psicologi del lavoro tentano di rimuovere quando una persona fatica troppo a reinserirsi.
Le statistiche dicono che è il caso soprattutto, di dirigenti e liberi professionisti che non riescono ad accettare di cambiare tipo di lavoro e sono più portati a vivere con depressione l’improvviso vuoto quotidiano, fino a negarlo, con se stessi come con gli altri. Uscire ogni mattina per recarsi al lavoro , senza avere il coraggio di raccontare che il lavoro non c’è più.
La disoccupazione è un dramma per tutti, non solo dal punto di vista economico ma anche psicologico. Il lavoro è correlato allo status sociale di una persona e costituisce la base sulla quale immaginare il proprio futuro. Le donne forse sono più protette dalla depressione e dalla perdita di autostima, grazie alla possibilità di definirsi casalinghe, ma questo non cambia la realtà.”Chi perde il lavoro perde se stesso?” Se non è una scelta volontaria stare a casa, per un uomo come per una donna, è perdere una parte di sè.
Laura Petreccia, Vito Capogna
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